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COLLEZIONE DI ALLUCINAZIONI

Raccolta dei messaggi degli spettatori su Manifesto Cannibale

21 agosto 2023 19:31

C’è tanto da metabolizzare una volta usciti dal teatro.

Ho visto una serie di quadri affascinanti in cui ti puoi perdere per ore. Onirici, eleganti, profondi. Nel mentre è un lento processo evolutivo, di esplorazione. Un calmo divenire. Lenti e dolci mutamenti. Mai banali. Evocativi.
Un ritmo calmo, non pesante, a rendere pacato il passare del tempo, leggero e cristallino tra casualità e armonie.

La presa di posizione della coreografa è una scelta che colpisce, estrema. Una atto di fede che emana un sentimento di fiducia, rispetto e amore verso il collettivo.
Ci vedo un idea di decentralizzazione, libertà, trasparenza. Ad imitare l’organizzarsi di un sistema complesso, naturale, nudo.
Una lode ai punti di vista.

La tecnica è usata con parsimonia e precisione, creando una cornice ad alta definizione al susseguirsi degli avvenimenti.
La scenografia e i costumi hanno un’estetica di carattere, bilanciata; è tutto molto bello da guardare. Ci trovi un sacco di suggestioni che creano collegamenti.

Coinvolge il pubblico facendolo riflettere, ammagliandolo, calmandolo. Con ilarità, e purezza.
Trasmette un idea di condivisione e lascia prendere posizione liberamente:
Condividere in maniera casuale suoni collezionati in modo collaborativo.
Lasciar decidere quando volerlo iniziare e quando farlo finire, per ciascuno in maniera diversa. Viene incontro alla percezione di ognuno.

Lo riguarderei più e più volte, immergendomi in quello spazio leggero.

D

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17 luglio 2023 16:01

Orrore. la prima e ultima sensazione: orrore dell'immobilità: l'unico stato realmente contro-natura per un sistema biologico dotato di sistema nervoso. Duplice genialità evolutiva dei vegetali: conquistare il mondo senza avere un sistema nervoso e autoprodurre i bioelementi da cui trarre energia per crescere e riprodursi: vivere stando fermi. Ma anche vincolo insuperabile.
Incubo dell'animale: dover depredare i bioelementi prodotti dai vegetali -radici, frutti, cereali, dover raggiungerli, dover muoversi, dover sviluppare un sistema nervoso, dover spendere enormi energie, dover ..., infine potere: poter muoversi, programmare il movimento, caricarlo di intenzionalità, di significato, di contenuto semantico. Dal movimento al pensiero simbolico: raccontare il movimento: la danza, il teatro, la narrazione, non è altro che questo. Esseri biologici eterotrofi che hanno l'obbligo evolutivo di raggiungere esseri biologici autotrofi. E nutrirsene. Senza il movimento la morte: l'immobilità è ciò che prelude, accenna, la morte.
Orrore dell'immobilità quindi - indicibile, sotterranea -, per paura di non poterne uscire. Manifesto Cannibale per me è stato un compendio intuitivo e profondo di tutto questo: sono stato il primo a uscire per poter interrompere lo stato di immobilità del Collettivo e riportarlo in vita.

gaetanog57
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12 luglio 2023 17:40

Esserci è stato un esercizio, un'esperienza, un percorso empatico con ciò che arrivava dal fronte.
La visibilità limitata (nel mio caso da un caschetto castano, spalle coperte da una canottiera nera e schiena dritta di una ragazza davanti a me), i costanti spostamenti della testa del pubblico per trovare un pertugio, il brusio di chi si domandava "cosa", i rumori esterni; mi hanno portato nella condizione non dello spettatore che guarda ma in quella di ricevere i frammenti che arrivavano, e farne parte.
La mia partecipazione è stata alimentata da spaccati di immagini, che arrivavano potenti che scandivano il tempo.. fino alla prova di tenerlo fermo.
Assistere ai tempi di vita di una pianta, è ciò che mi son trovato a dirmi, per poi scacciare quel pensiero.

Cactus
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12 luglio 2023 10:00

Essere attratti come animali dal potere persuasivo delle piante. I suoni sono fedeli traghettatori. Partono dalle profondità della terra. Le sue radici. Come un tuono. Il vegetale che è in noi va all’incontrario, fuori si dimena e dentro é portato verso il vuoto. Nel movimento sembriamo vivi. Loro, lo sono nell’assenza. Lo stato vegetativo viene frainteso nel linguaggio umano. La sua è solo un’apparente morte, sotto cui si nasconde la vita, che nessuno vede. Il movimento invisibile. Il viaggio intellettivo dell’Infermo. Lo scafandro e la farfalla. Nella mia immobilità faccio viaggi interminabili. L’immaginazione è la mia nutrice. Nel lasciare il corpo fisico, esseri ed essenze si chiarificano. C’è un riverbero di vita che come la luce sul tavolo del mattino con le sue gradazioni crea possibilità uniche di visione. C’è un solo tempo e un solo spazio per avvenimenti straordinari. Un movimento ha bisogno di tempo per esaurirsi. Rimanere fermi talmente a lungo da neutralizzare il dolore. Gioire della lacerazione. Ho immaginato i corpi venire prosciugati dalla fatica, dalla sete, oppure dalla mancanza di distrazione, dal punto vuoto? L’acqua esce dal corpo e li secca. La decomposizione inizia dalla perdita di liquidi. Questa perdita diventa nutrimento per la piante. Un giorno qualcuno ha scritto: “che il rituale sia preghiera per la vita, che la decadenza sia spunto di celebrazione”. In una pellicola qualcuno si faceva mangiare dalle lumache. Il cerchio proiettato è il buco nero della storia che prima o poi inghiotte, la tana del bianco coniglio, il portale che ti permette di scavalcare, di perdere gli argini. Le linee aghiformi sul soffitto: la pelle dei cactus, simbolo della carta n 17. Terminale stelle. A riempirsi di nuovo d’acqua dalla sorgente. A fare in modo che l’acqua non si prosciughi mai. Il bianco e il nero. Il due. L’androgino. All’inizio eravamo noi, nel gioco. Abbiamo deciso che la vita iniziava e ora abbiamo paura che finisca. Il bambino si mette a guardare la vita, viverla farebbe smettere il gioco, il bambino non vuole smettere di giocare. Tutto si compie nell’ invisibilità del soggetto. Esserci con l’energia equivale spesso ad esseri ciechi alla forma. Il divino si manifesta quando guardiamo attraverso altri occhi. Il mio corpo sente la differenza quando osserva e qualcuno di invisibile ne supporta lo sguardo. La memoria si insinua e vuole archiviare. La danza sotto ai riflettori di luce. Luce artificiale per le piante delle città verticali. Il sole non basta più. Anche le batterie finiranno. Le piante invece si trasformeranno, adattandosi. Il fantasma parla alla realtà piccola, alla solitudine bambina di chi conosce il gioco che nessuno conosce. E prova a giocare da solo, in mezzo ad un mucchio di esseri estranei, la sua voce è ancorata e candida. Il movimento vero nel tentativo, nell’errore. Finalmente il mondo fa -un due tre stella, mentre il fantasma dorme sotto una coltre di sogni. Il pianoforte accenna delle melodie che poi interrompe, cadono i corpi, poi ripartono dall’inizio. Dove vogliono arrivare davvero. Si spengono le luci, si schiudono i cerchi, si sgonfiano le pareti e dietro il muro c’è un ballo di coppia: l’umanità e la pianta. Si corteggiano, cercano di comunicare. Si fondono. Nel non sapersi intendere sprigionano incanto, sulle note musicali che magistralmente disegnano lo spazio, inventando organismi plurimi. Poi lo scoppio. L’eterno ritorno. Fallire àncora. Rinascere àncora. La resistenza fisica di una donna, di un uomo che vogliono assomigliare alle piante, a loro che tutto hanno fatto nascere. A loro che fioriscono e appassiscono in silenzio, stando fermi. Questa opera è un inchino alle alghe azzurre. Una ricerca di similitudini nella tensione all’unità. Un abbraccio tra specie. Il sorriso del pianto disperato.

Il manifesto dura per sempre, e i corpi vengono sostituiti quando esausti, mentre il mondo continua a girare, mentre in ogni angolo l’umanità vive la propria realtà, nelle macchine, nei centri cittadini e nel selvaggio paesaggio, ad ogni ora del giorno e della notte, a tutte le età della vita e oltre la vita; qualcuno è immobile ora, fuori dal tempo, libero da sè.

Grazie,
Con affetto,

xxx

Ambra Mandarancio

 

ALLUCINAZIONI UN WEEKEND CANNIBALE DA SOGNO - Centrale Fies 26-29 maggio 2022

10 giugno 2022 11:30

I primi giorni faccio parte del paesaggio. Potrei essere l’acqua, ma meno importante. Lei scorre anche io di passaggio. 

A Fies se chiudi gli occhi senti l’acqua sotto la terra sotto i piedi sotto le radici degli alberi sotto i ricordi della volta prima o prima volta di ogni cosa che immagini là dove l’acqua ha deciso di partire.

Luce rossa ancora troppo forte. Finalmente l’energia si stacca dal suo orizzonte di senso. Di fare cose. Bene. Ora siamo solo qui e io andrei avanti ancora e ancora. É l’unico modo di incontrare davvero le persone. Grazie. 

58 minuti. Mi sono fermata e subito la certezza che sarei stata lì per sempre. Ho sentito un rigolo di sangue scorrere dalle mie mutande verso il tallone sinistro. Ne ero sicura, orgogliosa di quel trionfo in scena del mio primo giorno di mestruazioni. Poi ho scoperto che era solo una sensazione, un'allucinazione, una realtà di quel momento. Il corpo pulsava e questa danza della vita mi sosteneva. Sentivo i limiti del mio corpo espandersi, come se fossi stata un palloncino che si gonfiava per raggiungere un peso più leggero di quello dell'aria. Muovendomi il mondo intorno si aggiuntava sulle mie angolazioni, ma nessuno se ne è accorto. Sorridevo, come in <age>, imparare a sorridere dentro. Da qualche mese sento la responsabilità di celebrare la vita. Remo mi ha detto che anche la morte fa parte della vita, è molto semplice ma non ci avevo pensato. Eppure, riconoscere un calore nel corpo che ti spinge verso l_ altr_ incrina il freddo di quando sono sola. Ed in quel freddo non sono mai abbastanza. Le temperature variano e sono relative ai corpi e ai luoghi. In quel momento le variazioni si accavallavano alle altezze e alle densità del mio corpo in movimento statico. La prima cosa che mi ha detto Marco è stata che non sapeva avessi una voglia gigante sul culo. Non capivo. Ecco: lo stare ferma mi aveva disegnata. 

Come una squadra di calcio ci passiamo la palla. Informazioni che volano qui e là. Chi ha bisogno di cosa, dove dobbiamo andare. Parole che passano, sorrisi e abbracci. Come una partita di un gioco nuovo, o - l'ho capito ancora una volta durante l'intervista - una coreografia di collettivo cinetico.

Emma

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10 giugno 2022 11:27

Una strana figurazione dell’ultima cena

Un tavolo sotto un gazebo, finestre finte di plastica, anche le pareti di plastica.
Il tavolo è vuoto, non c’è nessuna cena sul tavolo.
Le persone sono sedute solo da un lato. Indossano camicie a quadri. Le loro facce sono contratte in una risata trattenuta a stento.
Nel mezzo manca la figura centrale, ma tutti la guardano.
Tutti guardiamo la figura che manca. Siamo tutti rivolti verso il centro.
-Sarebbe bello che esistesse una risata giusta per un funerale- penso.

L’estasi della decelerazione

Ho un cuore di misure ridotte, le mie periferie sono molto vicine al centro. La forza con cui il sangue viene lanciato verso le mani è senza motivo, puro spreco, pura dissipazione. Il mio cuore è veloce, anche quando non ne ha motivo.
Arterie come canne di fucile, il sangue è un proiettile. Ogni colpo è una decisione. Ogni colpo è decidere.
Di tutto lo spazio terrestre io occupo solo la superficie della pianta dei miei piedi. Si sprecano i pensieri sull’umiltà di questa proporzione.
“Rallentategli il battito cardiaco”, è un ordine.
Nella chiesa di san Francesco a Ripa c’è un marmo del Bernini, l’estasi di Santa Teresa. È distesa col collo riverso. Nel pomeriggio entra, dalla piccola cupola, una lama di luce. Il cuore di Teresa è trafitto. Il periodo della decelerazione del movimento è la mia estasi personale. Rallentare fino all’estremo ha il sapore di una pillola che scende sul fondo e si scioglie nel sangue e mescola tutto, il fuori col dentro, gli altri con me. Ogni dettaglio diventa nitido, le molecole sono un’evidenza. È aver dissipato il movimento che rende il gesto puro, quando il gesto sparisce. La mia mente è imbottita di frasi retoriche, ma il mio corpo è molto sincero, molto onesto. 
Danzare è una droga.

L’ultima festa

La fine siamo noi, inginocchiati sul bianco che cancelliamo i segni dei nostri piedi. Ho una gomma da cancellare molto piccola, in breve tempo ho una vescica sul dito medio, come quando scrivevo troppo e con troppo vigore. Abbiamo scritto coi talloni stanotte. Abbiamo rovinato un intero pavimento.
L’ultima canzone è la voce di un senza tetto londinese registrata 40 anni fa tra Elephant e  Castle e Waterloo Station.
Dice “Jesus blood never failed me yet”, dice solo questo. In un loop infinito. ripeto quella frase a voce alta.
Sono distesa sul pavimento. Ho la testa di un’altra persona sulla pancia. Un cranio rotondo, un peso specifico.
Quando mi giro, tutte le altre persone ci stanno guardando. E io non capisco. Non capisco perché.

Teodora

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4 giugno 14:18

Un sogno ad occhi aperti ancora prima di essere vissuto. Un sogno atteso, preparato, già immaginato. Poi una strana compressione di spazio tempo, un incantesimo idroelettrico, nomi che diventano persone amiche, stasi che diventano danze sfrenate, sussurri che ipnotizzano e buio, luce, sonno, temporale e risa che irrompono all’improvviso sul ciglio della fine del mondo. 
Ho prestato cura. 
Ci siamo presi cura. 
E il manifesto impone un nuovo arresto perché ci si muove solo quando si ha paura di non poterlo fare più.

Ricordo sempre i sogni, tranne quando provo a scriverli. Questo l’ho scritto e non l’ho dimenticato. Ho fiducia in futuri sogni lucidi. 

Matilde
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2 giugno 2022 13:13

Incredibile come una situazione fisica forzata possa trasformarsi in pensiero artistico-poetico e come questo pensiero artistico-poetico possa far reinterpretare una realtà che fino a ieri appariva così tremendamente immobile o condizionata non da se stessa, ma dalla realtà alla quale appartiene. È proprio un vero manifesto di Vita cannibale (per me nel senso di nutrimento del pensiero umano). Non sono riuscita a condividere il mio sogno cannibale entro le 22.22 di ieri, ma volevo comunque farlo, se pur in ritardo. Un abbraccio e grazie di tutto!!!

Vania
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2 giugno 2022 00:00

Cara Francesca,
il Weekend cannibale è stato una bella esperienza. Io sono arrivato nel primo pomeriggio di sabato e ho cominciato con Dream... Poi ho visto tutto. Lo sleeping concert non mi ha acciaccato. Sono in grado di dormire in qualunque situazione. Mi sono addormentato, risvegliato e riaddormentato di nuovo. Tutto in uno stato di reverie. Stati alterati della realtà, cronotropismi che corrispondevano a differenti ritmi del vissuto. Risonanze di ninnananne, combinatorie di sonorità naturali e sintetiche. Percezioni spaziali difformi rispetto al luogo e ai compagni dormienti. Nessun sogno mi ha accompagnato alla coscienza ma al mattino mi è tornato alla mente il fiore azzurro di Novalis. La ricerca della poesia di Heinrich von Hofterdingen. Mi sono incamminato lungo il sentiero dietro la centrale cercando il fiore azzurro. "Ho udito una volta parlare dei tempi antichi, e come fiere e alberi e sassi abbiano allora parlato agli uomini". La pioggia mi ha arrestato. In tutti i vostri lavori mi son trovato a fronte la questione dell'istante e della durata. Che ne è del tempo quando vi immobilizzate? Forse la memoria non conserva che l'istante e niente della durata. L'istante semplice dell'arresto e la 'decisione' istantanea dello scioglimento. Forse tutto ciò che è durevole è il dono di un istante...nello sciogliersi dei legamenti sento lo svolgersi dell'assoluto. In mezzo a questo groviglio di pensieri ti abbraccio.

Marino

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1 giugno 2022 19:34

Maggio
Vai adagio
Dall'alto dei monti insieme mi butto
E vedo tutto
Con corpo alato mi stendo sul prato
E fiorisco
Nelle vene e nei sogni
Nella voce risuonano
Solo disegni
Nella mente e nel cuore
Un po' di dolore

Che lascia spazio a nuovo amore

Stefano

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31 maggio 2022 23:55

Oggi, a due giorni di distanza dalla nottata passata in Centrale, ancora ho il sapore di questa esperienza così indefinibile. La stessa sensazione che mi lasciano certi sogni intensi, quasi un vago senso d’innamoramento.
Con Francesco ed Alberto suoniamo nella Sala Comando della Centrale Fies per sei ore: dalle 00:00 alle 06:00 del 29 maggio 2022.
Gradualmente ci ritroviamo sprofondati in questa nostra musica mai realmente ascoltata prima. Seguiamo le tracce di una mappa precedentemente ricalcata sulle fasi del sonno. Il piano funzionato a meraviglia, i nostri gesti sono diventati lenti, i passaggi da una fase alla successiva sempre più liquidi ed impercettibili, la materia sonora sempre meno musicale e sempre più orientata ad agire su un piano comunicativo diverso, una specie di telepatia.
Alle tre e mezza questi 'bachi da seta nei loro bozzoli' cominciano ad essere tutti in uno stato di profondo sonno e noi, in mezzo alla sala, capiamo quanto intima è la loro condizione: per me una grande responsabilità ed uno stranissimo privilegio. Accompagnare nella notte delle persone che sognano, vegliare su di loro.
Ci aggrappiamo a quel filo di luce che si comincia ad intravedere alle quattro e mezza del mattino, bisogna alleggerire le frequenze, perché la fase del sonno profondo è più verso l’inizio della notte, mentre queste lunghe ore che cominciano dall’albore, sono quelle in cui il sonno è leggero e la realtà torna a bussare nella stanza dell'inconscio. Poi il canto degli uccelli, che entra nel microfono che abbiamo messo all’esterno della sala, e che guida la nostra improvvisazione. Ora è un suonare strano, opaco, con gli occhi pesanti. Alberto ha uno sguardo serio, concentrato ma molto stanco. Francesco mi sorride. Il suono si affievolisce mentre la luce aumenta, comincia il lungo atterraggio. Alle cinque e cinquanta sono (con le dita che a fatica obbediscono al cervello) sul pianoforte e leggo un piccolo adagio del Mikrokosmos di Bartòk, lo stesso con cui, sei ore prima, avevamo cominciato. 
Sebastiano

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31 maggio 2022 21:36

Ciao buona sera. 

Sono giorni che elaboro gli spettacoli che mi avete offerto. Meravigliosi, penetranti e profondi.
 
Da quel giorno ci pensi come l" uomo è un essere perfetto e complesso ma anche dominabile. Il potere lo può muovere e lo indirizza dove vuole. L' energia lo muove, le parole lo muove, le menti altrui lo comanda. L'essere umano è intelligente ma fragile, cieco ma aquila. Buono ma cattivo. L essere umano è sempre le due cose assieme. Amore e odio. Vita e morte. Luce e buio. Natura e artificiale. uomo e animale. Donna e uomo.
 
Grazie per avermi dato tanta linfa per questi pensieri.
 
Buona vita.
Elenia


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31 maggio 2022 18:10

Urutau

Quanto è solo l’albero nella foresta?

Hai le radici che stringono ostinatamente il terreno, sai che cadrai ma non molli, tieni la stretta e resti lì. Immobile. Ci sono tanti alberi intorno a te, li senti. C’è energia intorno a te, la senti. E ognuno combatte la sua personale battaglia con il burrone e nessuno può aiutarlo. Ognuno è con se stesso. La fatica aumenta, forse stai per cedere. Che senso ha tutto ciò?

Mentre te lo domandi, arriva la luce, diretta sulla faccia, ti entra dentro attraverso le palpebre chiuse e ti fa riscoprire una forza che non pensavi di possedere. La luce si sposta su un altro albero, ma una parte è rimasta dentro di te e continua a sostenerti insieme alla musica che pompa dalle casse sulla foresta. Una gamba chiede pietà. Gliela concedi in una forma diversa da quella che si aspetta: muovendo impercettibilmente un muscolo che cambia il sistema di pesi e contrappesi del corpo, e la magia della fisica si compie, la gravità fa il suo dovere.
Il braccio, questo ramo solitario, è sollevato e informicolato, forse questa volta cadrai davvero nel burrone perché sarà questo ramo pesante a trascinarti giù. Ma poi senti un suono: un battito di mani, di più mani… un applauso. E capisci che un altro albero è caduto. E allora no, puoi ancora resistere, devi resistere. Ti meriti di resistere.
Respiro controllato. Come quando si medita. Pensa solo al respiro, le radici faranno il resto da sole. L’immobilità, non modifica il tuo corpo, ma trasfigura la tua mente: forme e colori che compaiono davanti agli occhi chiusi diventano vive e cangianti. È un gufo triangolare quello che sta volando verso di me? Sono occhi di lupo dalle iridi blu quelle che mi fissano? Venite qui con me, tra le mie radici, sui miei ramo: c’è posto. Ancora per poco però. Questa volta lo sai, cederai. E invece torna la luce.. e resta di più con te, ti abbraccia ti carica e il ciclo di nutrimento, musica, applausi e visioni si ripete con qualcosa di straordinario in più che ti fa stare sul ciglio del burrone un altro po’. Ancora e ancora.

Uno scorcio del lago da un solo punto del sentiero.

Poi, dopo un secolo, capisci che è arrivato il momento. Quello inevitabile in cui il burrone non sta vincendo, ha già vinto. Devi solo accettarlo e decidere come e quando lasciarti andare.
“Ecco, questa è la musica che va bene. La giusta compagna della mia fine”.
Le radici cedono, inizi a muoverti. Apri lentissimamente le palpebre ed è solo allora che capisci lucidamente: non stai cadendo nel burrone, ci stai volando sopra.
Sei lo spirito dell’albero e un’ondata di applausi ti solleva ancora più in alto. Quando ti siedi, quando ti siedi insieme agli altri spiriti, senti che siete una famiglia. Guardi gli alberi rimasti, ciascuno sul suo burrone, e l’energia ti esce dal petto e li nutre immediatamente. Lo senti quello che stanno provando in quel preciso momento perché era anche il tuo momento, poco fa. Man mano che anche loro iniziano a muoversi non riesci a nascondere un sorriso e la commozione. Perché è lì che si svela la verità più bella.

Non c’è un singolo albero nella foresta che sia solo.
Mattia
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31 maggio 2022 17:19

Una vocina nella mia testa mi ripete sempre: non siamo sole Norma, siamo alberi o è una foresta? 
C’è poco tempo, il mondo sta per finire. Ma quale tempo? Quale fine?
I polpastrelli ancorati al suolo, lo stimolo genera un flusso cinetico ecco che inizia il viaggio…
La mia pelle legge le vibrazioni delle mutazioni circostanti. 
Chiudo le palpebre, faccio un lungo respiro, un altro ancora, e ancora, riempio i polmoni d’aria, trattengo il fiato ed eccomi, sono un’alga, immersa in un fluido che mi trasporta.
Sotto le palpebre sento un lieve pizzichio, sarà colpa del sale. L’immersione e la pressione esercitata fan si che gli occhi inizino a roteare, sembrano palline cinesi. Ho un loro ricordo, da bambina giocavo con delle sfere metalliche di un colore riflettente, vedevo una me deformata e ad ogni spostamento esse producevano un suono che animava la mia immaginazione. Anche adesso riesco a sentire quel dolce suono, sono i miei occhi a produrlo. D’un tratto il movimento cessa, è buio ed ecco che i miei occhi continuano il loro viaggio ma stavolta si son trasformate in lucciole. Si muovono tra i solchi del mio cervello, si insediano tra le fitte fessure e al passaggio di parti ristrette le lucciole avvertono un piacevole solletico al contatto con le cellule neurali.
Ciò fa si che le mie labbra si aprano leggermente ed esca il canto di una sirena… Il canto inonda la stanza, i grandi finestroni di Centrale Fies vanno in frantumi. Lo scoppio produce un immobilità collettiva. 
Non sei sola, Non c’è tempo, il mondo sta per finire, il mondo ha bisogno di sapere. 
Ho voglia di resistere insieme a te mondo, insieme a te Terra, insieme a te madre.
Pensare che è quella la posizione che assumerai per un tempo infinito 
Pensare che non sia un’immobilità umiliante, ma come un atto di resistenza, tu resisti alla gravità, resisti al tempo, sei tu che governi lo spazio 
 
Ogni trasformazione assume la sua forma
Sento che le metamorfosi mie e degli altri presenti in sala producono calore, l’energia si sprigiona. Goccioline sotto i miei seni percorrono il mio ventre che nel frattempo si è gonfiato, le lucciole si sono moltiplicate e formano dei vortici di luce. Ma non sono le uniche a moltiplicarsi. Dietro la mia nuca i muscoli iniziano a sfaldarsi, è lì che si riproducono le cellule meristematiche, le cellule vegetali che si moltiplicano anche senza avere una specifica di un tessuto, sono le cellule che si riproducono anche senza differenziamento. La mia nuca si riempie di germogli che accrescono, in cerca di luce: Oggi sono un sole, fotosensibilizzatevi.
 
Mi sono immobilizzata con il capo chino durante il rito collettivo di URUTAU, la mia resistenza ha trovato spazio in tutte queste metamorfosi.
Una resistenza che parte dal personale fino a riflettere alla posizione come figlia di una mamma cagna, una madre terra che immobile si riprenderà i suoi spazi con la sua apparente immobilità. 
Di finito c’è solo lo scompiglio di questa carne che non si concede tempi morti.  
Ogni appuntamento di CollettivO CineticO è stato un piacere visivo ma soprattutto un sollecito a stimolare quella risorsa rinnovabile che è la creatività che giace nelle nostre menti.
Grazie di cuore. 
Norma 
 
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31 maggio 2022 14:45

Mai più pensieri di morte. La morte solo come orizzonte delle nostre battute più ciniche, la morte solo come outfit, la morte solo come qualcosa che ci sembra ci abbiano raccontato da bambini e invece no. Vivere come se ---, vivere senza. "Cannibale" era solo una battuta: nessun vuole davvero farti del male. Disperatamente vogliamo vivere insieme. Disperatamente vogliamo tenere gli occhi aperti, i polsi vibranti. Lanciare segnali d'aiuto, certo: sentirsi l'un l'altra da un capo della vallata a quello opposto. Tendersi le mani, ridere in faccia a chi dice: siamo tutti soli. Non la senti tutta questa acqua sanguinolenta che scorre sotto i nostri piedi, nelle faglie profonde di tutte le giornate, anche quelle in cui ci sembra di aver buttato la vita ai cani? Se non la senti è solo perché hai le orecchie sporche. Ti do un bacio, un abbraccio e un cotton fioc. Di là della cortina di ferro c'è tutto un mondo di coincidenze da allineare e allenare. Certo, conosco le ombre: quelle fisicate e alte e nere. Ma forse anche questo perverso gioco di realtà virtuale, questo cuore che mente e sabota se stesso, non è forse anche questo uno stupefacente modo di complicare il mondo? Non siamo forse fatti per questo? Vivere e complicare il mondo. Trovare qualcuno che ci sappia posare le mani sulle scapole e indicarci la via più rapida che rapida non è per guarire - e subito dopo, tornare a fare caos col mondo. C'è solo questo di scritto: vivere. Non serve speranza, serve solo fame, oppure un gruppo di amati amici che restino lì dove sono anche quando pensi di essere sazia.
Marco

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31 maggio 2022 12:49

Ho visto un corpo svuotarsi e cadere, guardarsi da fuori attraverso mani colme di paura fino a perdere l'equilibrio. 
Ho visto poi quello stesso corpo rinascere dalla terra robusto come una pianta, affermarsi senza doveri di grazia, senza spiegazioni d'intelletto.
Ho visto la bellezza del sudore, il potere del limite intrinseco in tutto ciò che vive. La forza della stanchezza. Ho visto in tanti corpi un corpo solo, che vuole sentirsi a pieno senza svuotarsi mai più.
 
GRAZIE!! 
Clara
 

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31 maggio 2022 11:23

Arte a 360 gradi. Coinvolgente, viscerale. 

E Lieve, con la Grazia e la misura del Talento. Da Oscar 
Sergio

 

30 maggio 2022 11:32

Uno svisceramento della danza introduttiva di Mullholland Drive

https://www.youtube.com/watch?v=Jl7Ji5aMcQg

Nicola

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27 febbraio 2022 20:14:20 CET

Cara Francesca, provo a restituire a distanza di mesi ciò che ho visto, da spettatrice, partecipando all'esperienza di Manifesto Cannibale al Teatro Vascello lo scorso novembre, per il RomaEuropa Festival.
Mi rendo conto che le immagini non sono più chiare, la prima cosa che mi arriva è il bianco della scena zero, i corpi rosa dei danzatori stesi sul carpet e isolati dalle cuffie, il nero del tuo abito a contrasto, il tuo ritmo saettante, veloce e morbido, mentre attendi che il pubblico sieda in sala, il fluire degli spettatori in entrata, l'attitudine all'apertura formale del concept e della coreografia, la cifra di non definito, che restituisce a chi guarda un senso di inaspettato, di imprevisto, una cifra dinamica della creazione che rende tutto vitale, svincolato dalla ripetitività.
Ho in mente delle immagini del primo atto, ma non sarei brava a restituirle, ciò che mi è rimasta, in tutta la sua chiarezza, è la potenza del secondo atto, quando il pubblico è stato liberato dall'obbligo di assistere seduto in sala. E in effetti, se ci penso, ho avuto l'impressione che tutto il primo atto sia di preparazione al secondo. O forse lo avete apertamente dichiarato, non ricordo.
Potete restare in sala, entrare e uscire, andare via, parlare durante la nostra performance, ricevute le istruzioni per il secondo atto, il pubblico, noi spettatori, siamo precipitati, attraverso un impulso di apparente libertà, in un rito collettivo di morte graduale e inconsapevole.
Il gioco di resistenza dei corpi dei danzatori, congelati nel freezing che arresta la danza iniziale del secondo atto, diventa un rito di vita e di morte, in cui tutti siamo chiamati a partecipare. E' un istinto animale che ci porta a tifare per i danzatori in scena, affinché resistano il più a lungo possibile, perché quel "più a lungo" è la sfida eterna alle leggi della fisica e della natura, la tensione umana al soprannaturale animata da quella hybris che dall'inizio della storia dell'uomo ci ha guidati nella ricerca di nuove possibilità del sentire e dell'esistere.
Il pubblico gradualmente si disaffeziona, parla, ride, si distrae, esce, entra, non torna più, ma la sensazione è che quella distrazione altro non sia che sintomo di malessere e di disagio, il disagio che si prova quando si avverte che un corpo vivente è chiamato a sfidare le leggi di natura, e per questo sta attraversando tutti gli stadi di estasi, allucinazione, dolore, fino alla resa finale, inevitabile. E così accade che al primo danzatore che cede, "muore", tutto il pubblico, all'unanimità, si scioglie in un applauso lungo, sentito, che unisce tutta la sala nel sostenere la "sconfitta" del danzatore", in una totale presa di coscienza e condivisione della transitorietà umana. Qualcun^ piange con lui e quel pianto è resa, liberazione, acqua, aria e il danzatore collega le sue cuffie alle casse di sala e siede tra noi e diventiamo una cosa sola, uniti dall'ascolto della musica che lo ha accompagnato in questa pratica di ricerca, resistenza, abbandono e trasformazione e ogni volta che il danzatore successivo cede alla rigidità della stasi, che la sua mente e il suo corpo sfiorano il massimo dell'estasi e del dolore e cedono al movimento, la partecipazione del pubblico diventa sempre più totale, la tensione si traduce in acqua, in lacrime, in suono attraverso il battere emozionato delle mani e alla fine, quando sulla scena rimarrà un'unica danzatrice, siamo tutti una cosa sola, a conclusione di questa esperienza collettiva di vita- morte-vita, in cui alla fine è chiaro che l'unica soluzione alla rigidità è il movimento e ciò che sembra resa, sconfitta, morte è in realtà vita, un canto d'amore al fluire e alla trasformazione.
Non si può uscire subito dalla sala, si rimane seduti per qualche minuto, emozionati, svuotati, in connessione con tutti i corpi presenti, con la consapevolezza che la vita è molto più di quanto immaginiamo e che lo sia anche la morte e che il segreto non può essere svelato in due ore a teatro, ma che attraverso il rito teatrale ci si può avvicinare all'essenza, si può odorare il titolo di quell'essenza, e quell'odore è una guida e un sostegno nel vivere l'esperienza che ci aspetta fuori dalla sala.
Grazie di cuore a tutte e tutti voi per la ricerca costante, per la tenacia nello spingervi verso sentieri scomodi, inesplorati, per il coraggio nel mettervi e metterci in gioco.

Ester


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19 Novembre 2021 02:04

Eccomi!

La memoria continua a ramificarsi, e non riuscirei a parlare di tutto quello che ho visto o che mi è piaciuto, ma a questo punto sento di aver definito almeno l'essenza delle riflessioni più pressanti che mi premeva di riportarti, una volta ricevuta la domanda.

Da un certo punto di vista, mi rendo conto che Manifesto Cannibale è un racconto toccante, urgente ma leggero della vita di un gruppo di artisti che nelle condizioni di questi ultimi anni hanno trovato modo di resistere. È narrato secondo un pensiero per dispositivi e un modo di mettersi a nudo che ha una grande integrità artistica di fondo, entrambe cose a me care. Ma questo punto di vista mi interessa relativamente poco.

I Quattro Venti. Si muovono tra gli edifici e gli alberi e le strade quasi deserte. È l'occasione in cui scrivo che, data l'esperienza di Palpebra, ho sviluppato un attaccamento per Collettivo Cinetico, cosa che scrivo semplicemente per constatare che Collettivo Cinetico è un organismo, come lo è una persona. Si può quindi provare quello che si prova per una persona(e come noi sappiamo, per una casa, una città, un'idea, un oggetto, un albero) - allora io sono sceso dal treno verso il finire di una giornata di sole come per andare a incontrare una persona a me cara. Ad un certo punto, rendendomi conto di avere molta confusione in testa e che questo mi stava angosciando, mi sono appoggiato ad un albero. Sono rimasto ad ascoltare il ritmo su cui la mia respirazione si adagiava se non la manipolavo, e poi ho messo due dita sul collo per sentire il battito cardiaco. Poi ho messo una mano sul cuore per sentirne la vibrazione e prima di andare a bere un caffè mi sono detto alcune cose.
Al bar un uomo anziano parlava con la commessa di una nuova terapia cui si stava sottoponendo che stava rivoluzionando il suo senso di sé e che aveva ben poco a che vedere con la psicoterapia cui si era sottoposto a lungo: EMDR (Eye Movement Desensitisation and Reprocessing). Ne abbiamo parlato - fa parte delle mie ricerche, ed in Italia è poco praticata. Sono operazioni potenti, e distanti dalle dinamiche di potere narrativo che hanno caratterizzato a lungo il campo(e che a volte continuano a farlo). Una questione centrale della mia vita.

(Questa è in fondo una lettera d'amore.)

Nel corso di una trasformazione, un soma che sta transitando da una forma ad un'altra ad un certo punto si trova in uno spazio aperto. I metri e le misure della forma che si sta abbandonando non sembrano più valere, ma non se ne possiede di nuovi. Questo è un luogo di grande incertezza, spesso un'esperienza profondamente spirituale(se poi ha senso questa parola per un ragionamento incorporato), a volte un luogo terrificante, ma anche un luogo di profondo potenziale.

Manifesto Cannibale corrisponde per me a una testimonianza ed un passaggio di questo genere.

Nella performance si sono susseguiti una serie di eventi. Sono stati interessanti, divertenti, impressionanti a volte – non ne ho pensato quasi nulla. Sono nel mio sentire, molto di più di quanto non lo siano la maggior parte delle cose che vedo attorno a me ogni giorno della mia vita in un paesaggio urbano. Sbaglierei nel cercarvi qualcosa di particolare solo perché vedo questa performance una volta sola (e l'occhio nota per contrasto), vedendo qualcosa di decisamente diverso da quell'altra realtà a cui rifiuto di assuefarmi(e questo, sì, richiede molto pensare). Esplorazioni con la luce, giochi da bambini, esplorazioni dei confini tra il proprio corpo e quello dell'Altro, tutto questo è molto normale e bello.

L'abbondanza, come quella di creazione, stimoli e di eventi da cui questa performance hai detto provenire, fa da spinta verso la disciplina. Ma quando gli sforzi che l'hanno prodotta, come per esempio una nuova ricerca, fanno parte di una trasformazione, questa abbondanza è nuova: la disciplina è ciò che ci serve per distinguere fra cosa serve e cosa no. Praticare la disciplina porta all'emergere delle sue ragioni, ed al confronto con esse. Manifesto Cannibale, come organismo, è stata per me come una meditazione su di una mente che tenta di rilevare qualcosa, di trovarne la natura essenziale.

Il buio fra le scene. La luce intermittente ed il suono sono come una sorta di rilevatore. Un senso, che rileva appena il movimento di figure nel buio. Questo mi ha fatto pensare al nostro rapporto con la vita vegetale. Un giorno colsi un fiore e vi avvicinai un accendino. Come la fiamma lambì i petali, nel giro di un secondo il fiore si chiuse.
La differenza fra il ritmo della nostra vita e di quella delle piante fa sì che viviamo la vita delle piante perlopiù per fotogrammi. Le foglie secche. I rami spogli. La comparsa delle gemme. La nascita di foglie nuove. Per chi ha piante in casa, o un giardino o altro, la questione non è sostanzialmente diversa. Anche la nostra vita, però, funziona così: qualcosa(e – più cose) si muove nel buio, colto solo in parte, fino a un fotogramma cui si dà un senso(e il dare un senso è un'attività distinta dalle altre). E questo è ciò su cui mi ha fatto riflettere la tua presenza. Possiamo essere profondamente presenti nel rilevare. Poi un fotogramma. Poi il dare un senso.

Ho definito l'idea di uno spazio aperto come passaggio di una trasformazione. Il motore della trasformazione in sé è la pratica. La pratica è sia ciò che dirige la trasformazione, che ciò che allarga la nostra sensibilità, che il luogo in cui questa sensibilità si riversa, rendendo la pratica un luogo diverso.
Quindi, nell'incertezza dello spazio aperto ciò che più conta è la pratica: una sorta di fiducia nel processo. Alcune cose la sostengono in questo momento: la resistenza(ciò che emerge nello spazio aperto, espressione di ciò che deve trasformarsi per proseguire, è un incontro difficoltoso), la dignità(sia ciò che emerge, che chi lo incontra, stanno attraversando un momento molto importante), la comunità(il confronto), la sicurezza.
Se si riesce ad attraversare il momento e cogliere ciò che ha da esprimere, prima che si radichi una forma nuova comincia a palesarsi un'autenticità differente. Forse gli esercizi di pornografia vegetale sono un terreno nato da relativamente poco e fiorirà più avanti. Forse la profondità e autenticità più grande, la disciplina che ha passato la prova della ragione, si annida nella sfida all'immobilità(e nella tua canzone, mentre fai di un palco buio un film).

Mi sembrava che nel buio fra le scene qualcosa di molto importante ribadisse la sua esistenza. Quei momenti, riflettendo, mi hanno ricordato il deserto.
Manifesto Cannibale. È per me Palpebra, se solo si allarga un poco l'inquadratura. Se Palpebra celebra i ritmi interiori delle performe, e il pubblico le osserva, allargando l'inquadratura vediamo però performe e pubblico circondati da altri, che di tutto questo probabilmente non capiranno nulla. E diventano così più simili ad un gruppo di forsennati al buio.

Le performe si muovono forsennatamente al buio, visibili grazie a una luce intermittente. All'improvviso si accende un'altra luce, continua ed intensa, e vediamo le performe immobili – io la tratto solamente come una variazione nel modo di osservare l'esistenza sul palco. Vale a dire, movimento e immobilità sono la stessa cosa. Una volta fatta luce nel buio, troviamo un'esistenza impegnata in una lotta di resistenza.

I discorsi sullo spazio aperto (che non sono miei: questa particolare formulazione è di Richard Strozzi-Heckler), sull'apertura somatica come fase di transizione tra una forma e l'altra, fanno parte di un sapere specifico e tutt'altro che comune. Normalmente non c'è educazione riguardo a noi come processi viventi - né c'è un posto riconosciuto per questi processi. Questi sono due problemi distinti, che fanno sì che l'apertura in cui si entra sia un buio in cui si cade, e uno in cui si tende a cadere da soli. La presenza di tutta una serie di saperi e ricerche più o meno chiaramente compensatorie della mancanza di un sapere condiviso riguardo a questa "logica notturna" non salva dal dolore lancinante che può accompagnare la sensazione di avere sfondato le misure ed i valori del mondo in cui si continua a vivere, che ne serva un altro che non sembra esserci. In altre parole, questi saperi e ricerche verranno trovati al buio e a causa del buio, e con capacità di discernimento unicamente fortuite (ragion per cui non porteranno di per sé alla condivisione del buio con qualcun altro).

Temo che da un certo punto di vista funzioni per tutti noi così: viviamo solitudini personali, create da necessità casuali di usare in maniera particolare strumenti intesi per altri scopi; solitudini che si trovano a comunicare fra loro per caso(e questa comunicazione, proprio a causa del comune denominatore della solitudine, diviene il valore più grande). Il deserto è il cammino che si fa da soli al buio, con strumenti fortuiti per misurarlo, non avendo un sapere specifico del buio e soprattutto, non avendone di condiviso con altri – per cui questa legge casuale (le variabili sono così tante!) del buio porterà a legami casuali, che però sono la cosa più importante.

Ho definito il deserto, che esiste, anche se non è necessario che esista e non è lo stesso per tutti. Per quanto io stia parlando sicuramente dell'elaborazione di una storia personale, è una storia personale molto diffusa. Penso che il deserto esista perché lo si pratica: si pratica la solitudine al buio come si pratica l'ignoranza riguardo ai processi di cui il buio fa parte, e così via.

Ho vissuto il gioco all'immobilità come una sorta di "partita alla vita": una pratica comunitaria di quei processi e capacità che nella vita in questo mondo sociale individuale siamo chiamati ad utilizzare e vivere. Si dà una postura iniziale, e c'è libertà riguardo a come viverla. Normalmente la si affronta da soli, eccetto che qui non è così. Non si è da soli, si ha le stesse regole, si entra nel gioco per scelta, come anche c'è la scelta di quando lasciarlo. Nell'affrontare questa prova si mette in gioco capacità che provengono da altrove e che servono altrove, le si può affinare, ampliare o stravolgere, o scoprire che sono inefficaci - per farlo, bisogna incontrare le ragioni che ne hanno dettato l'uso precedente. Ma il palco su cui le performe stanno immobili è uno spazio sicuro, e si può vestire o dismettere strumenti con un certo agio, e si può anche vivere il riverbero di quelle storie con cui si deve avere a che fare per andare oltre (le pratiche buddhiste, per esempio, sono costruite così, e trattate come la forma ultima di resistenza al tempo e nel contempo il vero accesso all'obbedienza verso l'ordine delle cose, attraverso un rinnovamento della memoria che è la mente-corpo stessa). Il punto di partenza, però, credo, è la semplice resistenza, o persistenza. Un valore che tutti riconoscono come necessario - quello che accomuna tutti nello spazio aperto, o nel deserto, non importa quanto si allarghi l'inquadratura.

Scrivendoti di trasformazioni scrivo di qualcosa che è proprio almeno di tutte le forme di vita, ma credo ci sia davvero qualcosa di questo che riguardi gli artisti di queste nostre culture in particolare. Le trasformazioni sono una parte così intima del nostro lavoro (e non si parla di trappole romantiche o psicologia ingenua) che questa situazione di mancanza di sapere (e di sapere condiviso) riguardo a questi processi fa sì che il panorama artistico sembri un campo profughi. Ancora peggio per il fatto che la nostra cultura (uno dei pochi casi in cui mi sento a mio agio nel generalizzare) affidi la memoria prevalentemente al rito e alla forma della scrittura, e quindi del linguaggio strutturato.
Quindi credo che, come rito e pratica, questa immobilità abbia una verità ed un valore aggiunti proprio perché fatto da performe. A teatro, quando vidi questo la seconda volta, fu un'esperienza molto diversa dalla prima.

Ho sentito di star guardando una “partita alla vita”. Se il pubblico non lo capì, fece comunque la sua parte egregiamente, forse per coincidenza: arrivato al vomitorium applaudì, ma le performe non erano in scena. Questo creò una situazione interessante: voleva manifestare la sua gratitudine per una performance riuscita, ma le performe erano immobili, partite per chissà dove, e al pubblico era stato detto che quando avrebbe desiderato poteva lasciare il teatro. È possibile che il pubblico abbia sentito una forma di abbandono. Più volte, ad immobilità appena iniziata, qualcuno provò a cominciare un applauso. Una coppia anziana andò ad informarsi dal pianista che si era seduto tra il pubblico, e poi gli si sedette accanto. Altre persone parlavano fra loro. Una fece la sua dimostrazione di libertà e volle sperimentare le regole del gioco decidendo di uscire perché “tanto poteva rientrare”, e così fece.
Un po' alla volta, la partecipazione al gioco crebbe.

Questo ha realizzato una congiunzione assurda e folgorante: il pubblico applaudì ogni decisione di smettere (o resa, a seconda della mente di chi pratica), incondizionatamente. Ogni performa, sciogliendo la sua immobilità, ha ricevuto un applauso tutto suo. Lo spazio del palco si è riempito di senso. Si può parlare di come si può rimanere immobili a lungo, ma durante questa lunga prova di resistenza, si comincia anche a parlare di come mai smettere di rimanere immobili(il pubblico stesso ha fatto entrambe queste cose).
Non so se sentivate i cambiamenti di musica nell’ambiente e se si desumeva da questo quanti rimanessero. Comunque sia, questo senso di proseguire o smettere cambiava mano a mano che rimanevano meno performe sul palco.
Quando è rimasta Teodora, era ormai sola.
Cosa significa rimanere immobili da soli? Perseverare da soli? Perché? Per cosa? E che valore ha quel qualcosa quando si è da soli? Sono domande cui nella vita siamo chiamati a rispondere.
Qualsiasi la risposta, lei non era sola. Era al sicuro, aveva libertà di scelta, e aveva un pubblico ad attenderla. Fa tutta la differenza del mondo. E quando ha deciso di smettere è stata accolta e celebrata per quello che aveva fatto, con un enorme applauso. Per avere fatto cosa? Non si sa. Ma lo ha fatto a lungo e ha resistito, e questo è bastato al pubblico per darle un’unicità. Il suo valore non era mai stato in discussione: tutti conoscono la sensazione di fatica e anche la lotta con essa. In uno dei tanti passaggi geniali dei Quattro Quartetti di Eliot: “Se penso, di nuovo, a questo luogo, e a persone […] unite dalla sofferenza che le divide...”

Concludo questa lettera. Quando ho cominciato a scrivere quest'ultimo paragrafo ho notato che ero incurvato un poco verso lo schermo, le spalle un po' alzate, mano a mano che vedevo che sono davvero arrivato ad un modo di scrivere tutto questo, perlomeno in modo che mi sembra avere senso. È stato faticoso: i fogli di note che non sono comparse qui e di bozze di sezioni qui comparse sono parecchi. Alla tua domanda, su cosa ho visto, rispondo che per ora ho guardato questo. In questo momento torno a pensare ad immagini della vostra performance. E vedo che emergono cose ben diverse, e mi sorprende. Funziona: mi si apre una memoria nuova - e prima di addentrarmici mi rendo conto che ciò che ho spiegato qui, più di ogni altra cosa, è il trasporto con cui ho guardato e poi fatto il tifo per voi, sentendo dentro di me "anch'io percorro queste vie! Queste vie che vivete!". E che cos'era di tanto ingombrante che ho sentito muoversi mentre guardavo, e di cui mi sono sentito alleggerito una volta che mi sono avviato verso casa.

Ti saluto!

Marco Aurelio Di Giorgio

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11 Novembre 2021 h 14:41

Che bello rivedervi, mi sembrava di non vedervi dall'82
Ho cominciato a guardare il nero "fuori" e mi si è aperto un baratro
Il nero fuori? Dalla cornice?
Sì il nero fuori. Cioè un po' come mi piace fare ho cercato di spostare lo sguardo dalla centralità della scena, verso una lateralità.
E mi è successo, incontrando prima il limite bianco/nero e poi il nero delle quinte, questa sensazione di baratro, come se il nero fosse molto, molto più vasto.
Capisco che sia un mio viaggio.
Ma forse è connesso al lavoro? La premessa che hai fatto (sorprendente!! grazie L O V E) sul fatto che il lavoro sull'immobilità è stato poi realizzato imprevedibilmente in una immobilità reale, la tua la nostra,
Forse questo messaggio del principio mi è tornato come un tuono alla fine, quando la vostra immobilità sembrava ormai insostenibile quasi irreale.
Ed e lì, così, che ho avuto con un piccolo spostamento della direzione dello sguardo, la sensazione che chiamo baratro
Grazie
A tuttieie voi

F.M.C.

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Data: 11 novembre 2021 00:23:50 CET

Francesca, anche io non dimenticherò mai il nostro abbraccio. Tu sei un’artista grandissima, un genio, come ti ho detto mentre ti stringevo. Pina Bausch ha avuto tanti seguaci, ma a me colpisce come tu, che non la imiti, metta come lei la danza al centro di un sistema di pensiero allo stesso tempo leggero e profondissimo. L'impressionante qualità visiva del tuo lavoro è la diretta conseguenza di quel pensiero, e perciò non è estetica ma necessaria, bellissima, commovente. La condivisione assembleare dell’esperienza artistica con i tuoi collaboratori e con i tuoi spettatori mi tocca così tanto, è qualcosa che io sento profondamente ma che così raramente trovo intorno a me. Siamo stati tutti rapiti per oltre due ore da un flusso stranissimo, una capacità compositiva degna dei grandi, mai un calo di tensione, mai un passaggio inutile. Ti voglio bene, mi piaci tantissimo, considero i nostri lavori per ora solo sognati tappe preziose del mio percorso. La vita farà il suo corso, la trama imperscrutabile del destino forse ci consentirà finalmente di incontrarci sul palcoscenico, ma quanto tu mi hai dato è già tantissimo. Sentiamoci presto, intanto stai bene, grazie di avermi scritto, non sapevo delle tue recite romane e le avrei perse. Ti abbraccio ancora, e ancora sento il tuo tremito tra le mie braccia.

Mario

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10 Novembre 2021

Ciao. 

Sto tornando da Firenze dove ho parlato di winterreise con i miei colleghi del conservatorio definendolo uno spettacolo geniale. 
Sono rimasto profondamente colpito da quello che ho visto e sentito.
Ho colto una eco profonda delle tue esperienze personali, di cui mi hai parlato l’anno scorso, trasfigurate con tale creatività, invenzione e profondità che non ho alcun dubbio a definirla un’opera di genio

Francesco Antonioni
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7 Novembre h 21:18 

KINTSUGI è  l'arte di riparare con l'oro
Oggi mi son 'riparata' con loro
Il Collettivo Cinetico
Amo Francesca Pennini ho seguito sempre i suoi lavori
La ringrazio oggi più  che mai per questo Manifesto Cannibale
Per essersi offerta in pasto con una Nuova Forza quella di Non Sapere Cosa e Come potesse mai accadere nello spettacolo affidato al collettivo .
Il coraggio di esporsi totalmente in fiducia
Iniziato con il gesto di un bambino reale che dava via all inizio tutto è stato un incanto.
Fermo e nudo
I nudi della Pennini sono sempre Naturali
Ti godi una erezione in musica come gesto danzante poetico
Potevamo dormire  anche noi così  con loro in natura
Il Collettivo è Presente e Rassicurante in scena e sempre piano piano fa nascere sorrisi o esplodere le risate
Così innocente così puro
Ogni rito e gesto è così poeticamente simbolico
Entrare nel merito della pandemia di una apocalisse
Scene possibili che prendevano forma a sua insaputa
Lei nascosta in un lenzuolo bianco. Invisibile. Chissà se sa che era sotto la cappa magica. Lei era magica
Tutto il gruppo lo è quando è in scena
Il sudore donato alle piante
Quel finale con gara di resistenza
Artisti in dono. Vedere il loro sforzo a restare fermi e quei tremolio prima di cedere
La Pennini è Anima Libera e Anarchica
Tutto il Collettivo rompe ed è inaspettato gesto che apre confini
Amo quella donna il suo coraggio ad esporsi Vera. Onesta. Ha osato in questo spettacolo decorosissimo la Forza Debole.
A me ha spaccato il Cuore ❤ Quanto Amore è entrato
Grazie Arte

Marion Nugnes
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7 Novembre 2021 h 14:11

"I cannibali non pretendono affatto di vivere allo stato di natura, o secondo il loro desiderio; pretendono semplicemente, con il loro cannibalismo, di vivere in società" (Jean Baudrillard).

6 Novembre 2021
Manifesto Cannibale.
CollettivO CineticO
Teatro Vascello
REF
Epic0
CrudO
CineticO
Le onde della pelle
Rapsodia di libertà
Senza infingimenti.
Felice
Di esserci
Stato.
What if
And if
If
One's self
The selfish One
The selfless lovers
The love
The pain
The shadows
The light
Was all this cannibal?
Would I be cannibal too?—

Roberto Boris Staglianò
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7 Novembre 2021 h 10:51

Cara Francesca,

Sono felice di essere venuto a Roma per essere con voi al debutto ieri.
E’ stata una serata che mi ha toccato, emozionato, interrogato: continua a farlo e lo sento una cosa necessaria. Non mi lascia e mi resta sotto pelle.

Al di là degli esperimenti di pornografia vegetale, interessanti come altri dispositivi e sfide che come collettivo avete messo in scena, qui c’è qualcosa di molto di più. Altri livelli, altre radici e ramificazioni. Altri organismi.

Un organismo che ha una vita e una fisiologia che non conosco e non posso quindi guardare con gli occhi e le strutture che funzionavano per gli spettacoli a cui eravamo, come spettatrici e spettatori, abituati. Sono certo che in questo punto ci sia uno dei valori più grandi: mi invita a spostare lo sguardo, a rimettere in discussione la forma del rito che avviene nel teatro. Dopo questi anni che hanno mostrato ila fragilità del sistema su cui poggiavamo, non siete in tanti/e artist* ad avere la forza di osare un cambiamento e una ricerca che sia coerente con tutto questo. GRAZIE a tutto il collettivo, e GRAZIE a te che affronti con responsabilità una metamorfosi ancora più grande.

C’è tanto coraggio in questo lavoro, c’è tanto senso. Un senso alieno e che sento nella pancia più che capire con la testa.
Non so leggerlo e descriverlo, ma lo sento e So che c’entra tanto con alcune cose che dici all’inizio, so che centra con l’universo che si scatena durante l’immobilità dell’ultima scena.
In quell’immobilità l’attenzione si sposta sul formicolare di reazioni differenti nel pubblico, il fremito e il rifiuto, l’adesione e il distanziamento. Forse lì davvero siamo denudati nel nostro essere comunità, plurale e corresponsabile, collegata da ponti invisibili come l’aria, popolata da altri mondi, microbi, sentimenti.
Quello è davvero lo Spettacolo, il cuore.

Vorrei struccarmi anche io con voi davanti al pubblico,
Sciogliere  la maschera con le lacrime, che ora scendono lente, e il sudore,
Guardare e farmi guardare come umano e organismo,
mondo incomprensibile ma presente, corresponsabile.

Ti abbraccio e spero di tornare a vivere prossime tappe di questo fiorire alieno, che ha avuto mille metamorfosi dal pericolare di Dro e che in queste metamorfosi contiene la vita stessa.

Ti abbraccio

M.D.
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7 Novembre 2021 h 01:42

Hey...lo devo scrivere a caldo, sennò domani potrebbe essere troppo elaborato e mediato dalla ragione. Invece voglio che sia di pancia. È stato bellissimo rivederti danzare, quasi struggente. Non so quello che ti è successo, lo avevo intuito, però bentornata!!! È stato bellissimo e struggente accogliere la tua emozione. Grazie per le immagini, le riflessioni, la sintesi tra il visuale, la danza sperimentale, la musica universale, tutto insomma.  E voglio fare l'intervista Fluorescente! Cazzo, dopo aver visto il finale della prima parte di Manifesto, direi che ci sta tutto il Fluo. L'ho pure previsto in anticipo!

h 10:52

Ps:

Ma lo sai che ho una voglia matta di rivederlo?

Mi sono svegliato con Lady Gaga in my mind che parlava di House of Gucci e ho realizzato che tu sei come Gaga e Beyoncé insieme in quando sei sul palco. Tu sei il palco. Sei la magia.

Roberto Boris Staglianò
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7 Novembre 2021 h 01:45

ciao Francesca oggi sono venuta a vedere Manifesto cannibale. Ti ho visto commossa volevo mandarti un grosso abbraccio ribadendo il piacere di vedervi sempre perché nei vostri spettacoli c&#39;è quel senso di meraviglia e di sorpresa che è la cosa che più il teatro e la Danza o forse l arte in genere dovrebbero, a mio avviso, sempre portare con sé. Un bacio

Ombretta
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6 Novembre 2021 h 23:23

Avete fatto la versione pop della classe morta di Kantor sotto acido .. bravi .. mi è piaciuto molto davvero.. scusatemi ma alle 11,15 sono dovuto scappare .. ci sentiamo prox gg per parlarne di più .. siete grandi !!!!!🤟

Enzo Cosimi
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20 settembre 2021 h 16:51

Salve!

La seguente è una mail di feedback riguardo una vostra performance di inizio settembre (“Palpebra”, un Site Specific di Manifesto Cannibale. n.d.r.) ma secondo un certo modo di vedere che credo vi sarà vicino, si potrebbe dire che faccia parte della performance in questione.

Scrivo da una terrazza di Roma, i grandi pini della città si mischiano con le forme di epoche diverse di edifici sotto alle nuvole, e mi sono appena commosso ascoltando Pavarotti che canta una canzone napoletana. Ascoltandola mi sono ritrovato a ricordare un momento profondamente mio ma avvolto dalla sensazione che non potesse dirsi soltanto mio – e mi riferisco alla vostra performance di Palpebra in quell’incredibile sala di Palazzo Re Enzo questo settembre. Facevo parte della curatela di una sezione del festival e fui quindi tra gli spettatori.

Questa sensazione in cui si mischiano le figure immobili delle performe(i e le performer a volte mi piace chiamarl* così), l’antica sala e la voce di Pavarotti è di grande leggerezza e di espressione del proprio vissuto: ha a che vedere con la natura della performance stessa – dello sforzo di costruire uno spettacolo sui ritmi interni di chi lo ha agito, e sulla connessione tra quei ritmi interni e quelli che li circondavano.

Sono un performer anch’io e lo sono stato da quando come musicista classico mi esibii per la prima volta davanti a un pubblico, a undici anni. Ero un musicista estremamente promettente, e, vi chiedo di scusarmi per il trasporto con cui sto scrivendo questa mail, tra concorsi e masterclass internazionali seguii con dedizione quel percorso fino alla distruzione di me stesso, cosa per cui bastarono pochi anni. Per me il canto prima e il teatro e infine il teatro fisico e la performance, affiancata dalle arti marziali, furono per prima cosa un percorso alla ricostruzione di me stesso, in senso in fin dei conti fisico(fui molto fortunato nel trovare approcci che mi aiutassero a ritrovare la mia mente).

La vostra performance è stata appena la quarta che ho visto da quando si è diffuso il covid. Fui lontano dall’ambito perché colsi il lockdown come opportunità per fare un altro tuffo dentro di me, arricchendo la mia formazione di un’educazione in ambito psicoterapeutico – ne emerse un periodo molto difficile in cui accessi d’ira e attacchi di panico erano piuttosto frequenti. È stato anche per questo che ho riavvicinato l’ambito performativo per vie traverse, cogliendo occasioni come quella di Danza Urbana per essere dalla parte curatoriale. Sentii una grande vicinanza a voi quando le performe(e chiamiamole così, va bene) si sedettero, mettendo la loro musica e ascoltando il loro battito cardiaco. Ho passato l’ultimo anno e mezzo a mettere insieme diligentemente la mia immagine interna di me stesso, avvicinandola via via al corpo che abito ora. Quando l’ansia volava, mettermi ad ascoltare il mio battito cardiaco era una delle cose più calmanti che avessi imparato a fare, ed è stata questa una delle qualità che rese la vostra performance un evento così incredibile per me: vedevo di fronte a me una celebrazione del trovare e del prendersi il proprio tempo, cosa che ho passato anni di lotta per scoprire e che probabilmente sto ancora cercando.

È stato meraviglioso. Le figure immobili, libere di fatto di fare qualsiasi viaggio con la loro mente avrebbero desiderato. Come ricorderete, non se ne andò quasi nessuno(e quando l’ultima lasciò il palco, si rimase per un poco di tempo a guardare la densità dello spazio vuoto). Mi resi conto che anch’io stavo facendo la loro stessa cosa nel guardarle. Mi chiedo perché quella canzone aggiunse così tanto per me: forse perché si trattava di musica che una delle performe(le chiameremo nel modo consueto, uomo donna ragazzi eccetera al di fuori dello spettacolo) stava ascoltando per sé, di un’esperienza privata che per me ha significato l’ennesimo punto di contatto. Quando un po’ alla volta mi sono allontanato dalla mia formazione in cerca di me stesso, il rigetto fu una delle cose di cui ebbi bisogno. Sentivo una grandissima frustrazione nell’avvicinarmi ad ambienti che ero determinato ad esplorare ma che mi erano estranei, portando con me una mente che parlava fluentemente ed immancabilmente un linguaggio dentro cui sentivo di essermi ucciso. Forse in quest’evento, alla vostra performance, ho sentito di avere finalmente(o di essere vicino) fatto pace con questa parte di me, dopo mesi di segnali che mi dicevano che mi stavo allontanando da qualcosa. E allora mi sentii libero di sentire me stesso in quel linguaggio, della lirica classica, trovato dentro il linguaggio della performance dove ho cercato un riscatto e voluto costruire un percorso, in quella performance in cui si celebrava il ritmo di chi la eseguiva, ciò che è al cuore di tutto e dalla cui mancanza sono partito. Ho avuto la fortuna di vedervi e trovare qualcosa in cui mi sono sentito riunito del tutto.

Certo, il periodo che stiamo vivendo non può che comprimere ed esaltare l’entità di sensazioni come quelle che vi ho descritto. Ma nel completare questa mail sto bene. Queste parole stanno meglio qui che in un file od un blocco note privato e forse anzi vi è dovuta. Davanti a me sono cambiate appena le condizioni di luce, e le nuvole si sono appiattite, come vedo succedere da alcuni giorni da questa terrazza verso fine pomeriggio. Volevo farvi avere notizia di una delle tante parti che avete “seminato” con la vostra performance meno di un mese fa.

Cordialmente,

Marco Aurelio Di Giorgio